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Giovane Holden Edizioni
Trama
Il titolo suggerisce una misura smisurata: l’infinito come possibilità di compimento, come spazio in cui ciò che appare frammentario possa trovare ricomposizione. Eppure la voce poetica non indulge in astrazioni. Predilige immagini concrete, talvolta spiazzanti, che riportano ogni vertigine metafisica alla carne viva dell’esperienza. Il risultato è una scrittura limpida ma mai ingenua, ironica quando serve, capace di nominare il dolore senza compiacimento e la gioia senza retorica.
La Poetessa osserva le relazioni come luoghi di passaggio e trasformazione: si è attraversati dagli altri, e in quell’attraversamento si definisce l’identità. La fragilità non è debolezza da nascondere, ma condizione necessaria per lasciar filtrare la luce. La memoria diventa responsabilità, il ricordo atto creativo, il presente unica moneta spendibile.
C’è un’etica sottile che percorre l’intera silloge: imparare a restare, a guardare, a chiamare le cose con il loro nome. La poesia si fa gesto di cura, esercizio di attenzione, atto di resistenza contro l’indifferenza e l’oblio.
Ne emerge una voce riconoscibile, capace di parlare con immediatezza e profondità, invitando chi legge a non sostare ai margini della propria vita ma ad abitarla fino in fondo. Perché solo attraversando ogni esperienza, anche la più aspra, si può sperare che l’infinito, forse, sia davvero abbastanza.


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