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Trama
Il contatto con questi soggetti mi ha fatto scoprire che la prima musica che incontro con loro è quella “humana”.
L’“humana musica” è la riproposta, metaforica e rimodulata da me, di un concetto preso in “prestito” dal pensiero musicologico dell’antico filosofo Severino Boezio e riportato nell’opera: De institutione musica: “Humanam vero musicam quisquis in sese ipsum descendit intellegit[1]”. Ossia: “La musica umana, poi, la percepisce chiunque discenda in sé stesso[2]”.
Le letture proposte nella parte iniziale del libro sono le risonanze dei vissuti da me provati nel corso degli innumerevoli trattamenti musicoterapici realizzati in questi trent’anni di prassi.
Nella seconda parte del libro, nel “cuore” teorico del testo, cerco di spiegare, con la ragione, con il logos, perché è così importante per me prendere in considerazione e accogliere questa musica primigenia.
Se la prima parte dell’elaborato è rivolta a chiunque sia desideroso di avvicinarsi a un tema così intimo, delicato e vitale, la seconda parte del volume è destinata agli addetti ai lavori e a quanti hanno voglia di realizzare l’ascoltazione della propria “humana” musica.
In estrema sintesi, nel libro sostengo l’idea che solo l’ascolto-accogliente della propria “humana” musica permette l’ascoltazione dell’altro da sé e, in primis, della sua “humana” musica.
Giangiuseppe Bonardi [1] AN. M. T. S. Boethii, De institutione musica, a cura di Giovanni Marzi, Roma, Istituto Italiano per la Storia della musica, 1990, p. 100.[2] Ivi, p. 294.


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